La fase due dello shock energetico
Lo shock energetico non è finito. Ha semplicemente cambiato forma.
La prima fase era evidente: il rialzo del petrolio. La seconda, più sottile ma potenzialmente più pericolosa, si sta scaricando sui prodotti raffinati: benzina, diesel, carburante per aerei, GPL e nafta.
Il Brent intorno ai 100 dollari al barile può dare l’impressione di un mercato relativamente stabile. Ma questa stabilità è in parte illusoria: il problema non si sta più manifestando solo nel prezzo del greggio, bensì nei prezzi dei prodotti che arrivano davvero all’economia reale.
Il consumatore finale, infatti, non compra petrolio. Compra carburante.
Il contesto geopolitico resta fragile
La tensione tra Stati Uniti e Iran rimane elevata.
Trump ha respinto pubblicamente la risposta iraniana al piano di pace mediato dal Pakistan, definendola “totalmente inaccettabile”. Da Teheran sono arrivate minacce sia contro le navi militari britanniche e francesi vicine allo Stretto di Hormuz, sia contro le basi americane nella regione in caso di nuovi attacchi alle petroliere iraniane.
Il cessate il fuoco appare quindi fragile.
Più che verso una vera distensione, le parti sembrano muoversi in una logica di posizionamento militare. Anche i mercati delle scommesse lo riflettono: la probabilità di un accordo permanente USA-Iran entro il 30 giugno è scesa al 39%, rispetto all’87% del picco di marzo.
Perché il petrolio non esplode davvero?
La domanda centrale è questa: come può il Brent restare intorno ai 100 dollari al barile nonostante una delle più grandi interruzioni di offerta nella storia del mercato petrolifero?
La risposta più convincente è che il mercato del greggio, da solo, non può assorbire tutto lo shock.
Il prezzo del petrolio non può salire all’infinito senza distruggere domanda. Per questo l’aggiustamento si sta spostando più avanti nella filiera, cioè sui prodotti raffinati.
Da gennaio ad aprile 2026:
il prezzo del greggio è salito di circa il 40%;
i prodotti raffinati in Asia sono saliti tra il 60% e il 120%;
benzina, diesel, jet fuel, GPL e nafta stanno rivalutandosi molto più rapidamente del petrolio.
Il segnale è chiaro: lo shock non è sparito.
Si è trasferito dal barile grezzo al barile raffinato.
Il vero nodo: i margini di raffinazione
L’indicatore chiave è il margine di raffinazione 3-2-1.
Questo margine misura la differenza tra il costo di tre barili di greggio e il valore di due barili di benzina più uno di distillati.
Il margine è arrivato intorno ai 58 dollari al barile, sui livelli massimi visti durante la guerra in Ucraina e circa quattro volte sopra i livelli normali di inizio anno.
Il messaggio del mercato alle raffinerie è semplice: produrre più carburanti raffinati possibile, in particolare carburante per aerei, dove i margini sono arrivati a livelli eccezionali, tra 80 e 100 dollari sopra il prezzo del greggio.
Le raffinerie hanno un limite tecnico
Il problema è che una raffineria non può decidere liberamente cosa produrre.
Non è una fabbrica flessibile dove si trasforma il petrolio nelle proporzioni desiderate. È un impianto che separa il greggio in diverse frazioni sulla base delle caratteristiche chimiche delle molecole.
Il carburante per aerei e il diesel competono per molte delle stesse molecole, cioè quelle dei distillati medi. La possibilità di spostare la produzione da un prodotto all’altro è limitata, generalmente tra il 2% e il 5%.
Quindi, se si produce più carburante per aerei, spesso si produce meno diesel o meno benzina.
Negli Stati Uniti i raffinatori hanno aumentato la resa del carburante per aerei di circa due punti percentuali. Ma questo ha comportato una riduzione della produzione di benzina di circa 340.000 barili al giorno rispetto all’anno precedente.
Il risultato è visibile alla pompa: la benzina americana ha toccato 4,56 dollari al gallone, e la soglia dei 5 dollari non è più uno scenario remoto.
Il rischio inflazione di maggio e giugno
Il 25 maggio, con il Memorial Day, inizia tradizionalmente la stagione estiva degli spostamenti negli Stati Uniti.
È il periodo in cui la domanda di benzina raggiunge il picco stagionale.
Arrivare a questa fase con raffinerie già spinte al massimo sulla produzione di jet fuel, scorte di benzina sotto pressione e prezzi vicini ai massimi degli ultimi tre anni significa entrare nella stagione di massima domanda con una configurazione di offerta molto fragile.
Per i mercati questo crea due rischi principali.
Il primo è un rischio inflazione. I dati di maggio e giugno potrebbero sorprendere al rialzo, soprattutto per la componente energetica.
Il secondo è un rischio sui consumi. Una benzina più cara riduce il potere d’acquisto delle famiglie americane e può comprimere le spese discrezionali.
Questo potrebbe mettere pressione sui rendimenti reali e complicare ulteriormente il lavoro della Federal Reserve.
La crisi meno visibile: i fertilizzanti
Accanto alla benzina, esiste un secondo fronte molto meno evidente: quello dei fertilizzanti.
Lo Stretto di Hormuz, in tempi normali, trasporta circa un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti azotati. Oggi quel flusso è bloccato o fortemente compromesso.
La differenza rispetto al petrolio è fondamentale: il fertilizzante non si può semplicemente recuperare più avanti.
Se la finestra primaverile di applicazione viene persa, non si rimanda il raccolto. Si riduce o si perde una parte della produzione.
La finestra nell’emisfero settentrionale si chiude a giugno. Gli effetti però saranno visibili solo più avanti, probabilmente tra settembre e ottobre, quando il mercato inizierà a misurare il danno sui raccolti.
Il rischio agricolo
Secondo le stime citate, la produzione globale di grano e cereali grossolani potrebbe risultare inferiore di 53 milioni di tonnellate rispetto alla stagione precedente.
Si tratta di un deficit molto rilevante, superiore all’intera esportazione annuale ucraina in un anno normale.
Negli Stati Uniti, inoltre, il 70% degli agricoltori non sarebbe in grado di permettersi tutti i fertilizzanti necessari quest’anno. Gli ettari di grano piantati in primavera potrebbero scendere ai livelli più bassi dall’inizio delle rilevazioni nel 1919.
Il punto critico è che questa crisi è invisibile finché non appare nei dati ufficiali, nei prezzi agricoli e infine sugli scaffali.
I mercati tendono a prezzare questi rischi con ritardo.
Prima li ignorano. Poi li incorporano tutti insieme.
Le tre fasi dello shock
Fase 1: petrolio
La prima fase è stata il rialzo del greggio.
Il Brent intorno ai 100 dollari incorpora già buona parte dello shock iniziale. Paradossalmente, potrebbe restare più stabile di quanto la tensione geopolitica suggerirebbe.
Fase 2: prodotti raffinati
È la fase attuale.
Lo shock si sta trasferendo su benzina, diesel, jet fuel e altri prodotti raffinati.
Qui i rischi sono immediati: margini di raffinazione record, carburante per aerei molto caro, benzina americana verso livelli politicamente e psicologicamente sensibili, pressione sull’inflazione di maggio e giugno e possibile compressione dei consumi.
Fase 3: cibo
La terza fase potrebbe arrivare tra settembre e ottobre.
Il tema non sarà più solo energia, ma alimentari.
La crisi dei fertilizzanti potrebbe tradursi in raccolti inferiori, aumento dei prezzi agricoli e nuova pressione inflazionistica. In questa fase saranno da osservare con attenzione i produttori di fertilizzanti e i grandi operatori del commercio agricolo.
Cosa significa per i mercati
La narrativa del “petrolio stabile” rischia di essere fuorviante.
Il Brent a 100 dollari non significa che lo shock sia stato assorbito. Significa che il punto di pressione si è spostato.
Non è più solo nel greggio.
È nei prodotti raffinati.
E presto potrebbe arrivare anche nel cibo.
La vera domanda, quindi, non è più soltanto: quanto salirà il petrolio?
La domanda è: dove si scaricherà il prossimo pezzo dello shock lungo la filiera?
Sintesi finale
Lo shock energetico sta entrando nella sua seconda fase.
Il petrolio non esplode perché il mercato del greggio ha un limite di assorbimento, ma la pressione si sta trasferendo sui prodotti raffinati.
Benzina, diesel e carburante per aerei stanno salendo più velocemente del greggio. Questo aumenta il rischio di una sorpresa inflazionistica nei prossimi dati macroeconomici, soprattutto negli Stati Uniti.
Il secondo rischio, ancora poco prezzato, riguarda i fertilizzanti. Se il blocco dei flussi attraverso Hormuz compromette la finestra agricola primaverile, gli effetti potrebbero emergere in autunno sotto forma di minori raccolti e prezzi alimentari più alti.
Il mercato guarda il petrolio.
Ma il vero shock si sta muovendo altrove.
Glossario
Brent
Petrolio di riferimento internazionale, utilizzato come benchmark per gran parte del mercato globale del greggio.
Prodotti raffinati
Prodotti ottenuti dalla lavorazione del petrolio, come benzina, diesel, carburante per aerei, GPL e nafta.
Margine di raffinazione 3-2-1
Indicatore che misura la redditività teorica di una raffineria, confrontando il costo di tre barili di greggio con il valore di due barili di benzina e uno di distillati.
Distillati medi
Frazione del petrolio da cui derivano prodotti come diesel e carburante per aerei.
Jet fuel
Carburante utilizzato dagli aerei. In questa fase sta registrando margini molto elevati rispetto al prezzo del greggio.
Stretto di Hormuz
Passaggio strategico tra Golfo Persico e Oceano Indiano, cruciale per il trasporto globale di petrolio, gas e fertilizzanti.
Fertilizzanti azotati
Prodotti fondamentali per aumentare la resa agricola. Se non vengono applicati nel periodo corretto, il danno sui raccolti può essere irreversibile.
Inflazione energetica
Aumento dei prezzi legato al costo dell’energia e dei carburanti, che può influenzare trasporti, produzione industriale e consumi.
Consumi discrezionali
Spese non essenziali delle famiglie, come viaggi, ristoranti, abbigliamento, tecnologia e tempo libero. Possono ridursi quando aumentano benzina e bollette.