Due catalyst e un mercato disarmato: perché settembre può diventare decisivo

Con la trimestrale di Nvidia si è chiusa la stagione degli utili delle grandi società tecnologiche americane. Uno dei principali motori “micro” del mercato viene quindi meno e l’attenzione degli investitori torna a concentrarsi su tre grandi variabili: tassi di interesse, inflazione e geopolitica.

Il punto più interessante è che settembre si apre con numerosi potenziali catalyst, mentre il costo della protezione sui mercati è sceso ai livelli più bassi degli ultimi anni.

Una combinazione che merita attenzione.

Finisce la stagione delle trimestrali

Nvidia ha chiuso la stagione dei risultati delle cosiddette “Magnifiche 7”, aggiungendo circa 450 miliardi di dollari di capitalizzazione nel giorno della pubblicazione dei conti.

Nel trimestre appena concluso, le sette principali società tecnologiche americane hanno registrato movimenti medi successivi alle trimestrali vicini all’11%, il livello più elevato dell’ultimo decennio.

Tra i casi più significativi:

  • Microsoft: movimento del 15,5%
  • Amazon: 15,3%
  • media delle Magnifiche 7: circa 11%

Il problema, però, è che questo tipo di appuntamento non tornerà prima di alcuni mesi.

Il calendario societario si svuota mentre quello macroeconomico diventa sempre più importante.

Da questo momento ogni dato economico, ogni variazione del prezzo dell’energia e ogni segnale proveniente dal mercato obbligazionario verranno letti soprattutto attraverso una domanda:

come reagirà la Federal Reserve?

La Fed torna al centro del mercato

Il discorso di Kevin Warsh a Jackson Hole è stato particolarmente restrittivo.

Il messaggio principale è chiaro: l’inflazione rimane troppo elevata e, qualora quella di fondo non tornasse verso il 2%, potrebbero rendersi necessari ulteriori rialzi dei tassi.

Il mercato ha immediatamente modificato le proprie aspettative.

La probabilità attribuita a un rialzo dei tassi a settembre è passata dal 35% al 60%.

La reazione dei mercati è stata coerente:

  • Treasury USA a 2 anni: 4,34%
  • Treasury USA a 10 anni: 4,72%
  • dollaro: +0,6%
  • Nasdaq: -0,3%

Ma proprio il comportamento della parte lunga della curva dei rendimenti rappresenta uno degli elementi più interessanti.

Il mercato crede alla Fed, ma solo in parte

Un messaggio restrittivo credibile dovrebbe normalmente far salire i rendimenti a breve termine e, contemporaneamente, contribuire a contenere quelli di lungo periodo.

Il motivo è semplice: se la banca centrale dimostra di voler contrastare seriamente l’inflazione, gli investitori dovrebbero avere maggiore fiducia nella stabilità futura dei prezzi.

Questa volta, però, il meccanismo ha funzionato solo parzialmente.

Il Treasury decennale rimane sopra il 4,7% e circa 25 punti base sopra il livello di inizio trimestre.

Il mercato sembra quindi aver accettato la parte più scomoda del messaggio della Fed — tassi potenzialmente più alti — senza acquistare completamente quella più rassicurante, cioè la capacità della banca centrale di riportare stabilmente l’inflazione sotto controllo.

Il dilemma tra inflazione e occupazione

Lo scenario diventa ancora più complesso osservando il mercato del lavoro.

Goldman Sachs continua a prevedere una Federal Reserve ferma, pur considerando ragionevole il 60% di probabilità di rialzo attualmente incorporato nei prezzi.

A complicare il quadro potrebbe però arrivare un secondo dato consecutivo negativo sull’occupazione.

Storicamente la Fed non ha mai aumentato i tassi dopo due letture negative consecutive sul mercato del lavoro.

La banca centrale potrebbe quindi trovarsi davanti a un dilemma:

combattere l’inflazione oppure proteggere crescita e occupazione?

È probabilmente questo uno dei principali interrogativi che accompagneranno i mercati nelle prossime settimane.

Torna il rischio Medio Oriente

Secondo l’analisi della Fed, oggi esistono tre importanti potenziali driver dell’inflazione:

  1. Intelligenza Artificiale;
  2. dazi;
  3. Medio Oriente.

La pressione legata ai dazi sembra progressivamente attenuarsi.

Il rischio geopolitico, invece, è tornato improvvisamente protagonista.

Dopo 31 notti di pausa, il 30 agosto le forze statunitensi hanno colpito due lanciatori iraniani sull’isola di Larak.

L’Iran ha successivamente risposto con missili balistici contro basi americane in Giordania, promettendo ulteriori ritorsioni.

Nel frattempo, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è sceso fino a circa cinque navi al giorno.

Dal 28 febbraio si contano almeno 172 attacchi contro infrastrutture non militari nel Golfo, con circa il 48% degli episodi concentrato su infrastrutture energetiche.

Teheran continua inoltre a considerare lo Stretto di Hormuz uno strumento negoziale.

Perché Hormuz è così importante?

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali passaggi mondiali per il trasporto di petrolio e gas.

Una riduzione significativa del traffico potrebbe quindi generare nuove pressioni sui prezzi dell’energia.

E un rialzo persistente del petrolio potrebbe avere conseguenze immediate sull’inflazione.

Proprio nel momento in cui la Federal Reserve sta valutando se mantenere o aumentare ulteriormente i tassi.

È questo il collegamento fondamentale tra geopolitica, petrolio e politica monetaria.

La volatilità costa pochissimo

Nonostante tutti questi rischi, il mercato continua a prezzare una volatilità estremamente contenuta.

Il VIX è sotto quota 16.

Inoltre, per una delle prime volte negli ultimi quattro anni, la volatilità implicita a tre mesi sui singoli titoli è scesa sotto quella effettivamente realizzata recentemente.

Si parla in questo caso di premio di volatilità negativo.

In termini semplici significa che il mercato sta facendo pagare relativamente poco le assicurazioni contro futuri movimenti dei prezzi.

Circa un terzo delle società dello S&P 500 presenta oggi livelli di volatilità implicita a tre mesi inferiori al quinto percentile degli ultimi sei mesi.

In altre parole:

la protezione costa poco proprio mentre aumentano i potenziali fattori di rischio.

Investitori pessimisti, ma mercati vicini ai massimi

C’è poi un altro apparente paradosso.

Il sentiment degli investitori rimane debole.

Nell’indagine AAII, la percentuale di investitori ribassisti è rimasta sopra il 40% per tre settimane consecutive.

Contemporaneamente:

  • il VIX resta sotto 16;
  • gli indici azionari rimangono vicini ai massimi.

Storicamente questa combinazione si è rivelata favorevole per il mercato.

I dati mostrano mediamente:

  • +1,1% a un mese;
  • +2,9% a tre mesi;
  • risultati positivi nel 75% dei casi.

Un dato statistico interessante, ma che non rappresenta naturalmente una garanzia contro eventuali shock macroeconomici.

Dove stanno andando i capitali?

Anche i flussi finanziari mostrano una crescente ricerca di protezione.

Nell’ultima settimana sono stati registrati:

  • 4,4 miliardi di dollari in uscita dall’azionario USA;
  • 7,3 miliardi in entrata nell’oro;
  • 3,2 miliardi nelle criptovalute.

Per oro e criptovalute si tratta dei maggiori afflussi da ottobre 2025.

Il capitale quindi non sta necessariamente abbandonando i mercati finanziari.

Sta piuttosto cercando strumenti percepiti come maggiormente adatti a proteggersi contro:

  • inflazione;
  • svalutazione monetaria;
  • crescita del debito pubblico;
  • instabilità geopolitica.

Euforia e prudenza convivono

L’indice Bull & Bear di Bank of America ha raggiunto quota 9,7, sostanzialmente sui massimi storici.

Contemporaneamente, però, l’esposizione netta dei fondi monitorati dal prime brokerage di Goldman Sachs è scesa ai livelli più bassi dal 2025.

Il risultato è una configurazione particolare:

euforia negli indicatori generali, prudenza nei portafogli professionali.

In situazioni simili anche una singola sorpresa macroeconomica può provocare movimenti superiori alle attese.

Le banche centrali stanno cambiando direzione

Il fenomeno non riguarda soltanto gli Stati Uniti.

Negli ultimi tre mesi, a livello globale, si sono registrati:

  • 12 tagli dei tassi
  • 13 rialzi

Da qui alla fine dell’anno il mercato si aspetta invece:

  • 17 rialzi
  • appena 4 tagli

Il pendolo della politica monetaria globale sembra quindi spostarsi nuovamente verso una posizione più restrittiva.

E questo rappresenta un ulteriore elemento da monitorare per azioni, obbligazioni e valute.

Perché l’oro torna protagonista

In questo scenario l’oro ha guadagnato circa il 10% nel mese.

Goldman Sachs vede inoltre rischi al rialzo rispetto al proprio obiettivo di 4.900 dollari.

Ma acquistare oro non significa necessariamente aspettarsi una crisi finanziaria.

In questa fase può essere interpretato soprattutto come una forma di copertura contro:

  • inflazione persistente;
  • indebolimento delle valute;
  • crescita del debito pubblico;
  • rendimenti obbligazionari strutturalmente più elevati;
  • instabilità geopolitica.

I prossimi appuntamenti da monitorare

Settembre si presenta quindi particolarmente ricco di eventi.

Tra i principali catalyst troviamo:

  • nuovi dati sull’inflazione;
  • dati sul mercato del lavoro;
  • riunione della Fed del 16 settembre;
  • evoluzione del conflitto nel Golfo;
  • andamento del petrolio;
  • revisioni metodologiche di fine mese;
  • elezioni di medio termine;
  • conclusione, il 4 novembre, del programma di riacquisto dei Treasury.

Conclusioni

Il mercato entra in settembre con una configurazione apparentemente contraddittoria.

Da una parte aumentano i potenziali catalyst macroeconomici.

Dall’altra, la volatilità implicita rimane estremamente contenuta e il costo delle coperture è vicino ai minimi degli ultimi anni.

Questo non significa necessariamente che sia arrivato il momento di ridurre drasticamente l’esposizione azionaria.

Alcuni indicatori — come il pessimismo degli investitori e la struttura del mercato delle opzioni — rimangono infatti storicamente compatibili con ulteriori rialzi.

Ma significa che ignorare completamente il rischio potrebbe essere sempre meno razionale.

La strategia più interessante potrebbe quindi non essere quella di uscire dal mercato, ma quella di mantenere l’esposizione agli asset rischiosi affiancandola a strumenti di protezione quando il loro costo rimane particolarmente contenuto.

In questo contesto anche l’oro assume un significato preciso.

Non necessariamente una scommessa sul disastro, ma una possibile copertura contro un mondo in cui debito pubblico, inflazione e tassi elevati potrebbero convivere più a lungo di quanto il mercato oggi stia scontando.


Glossario

Catalyst
Evento o informazione capace di provocare un movimento significativo dei mercati finanziari.

Treasury
Titoli di Stato emessi dal governo statunitense. I loro rendimenti rappresentano uno dei principali riferimenti per i mercati finanziari globali.

Punto base – bp
Unità utilizzata per misurare variazioni dei tassi di interesse. Un punto base equivale allo 0,01%.

VIX
Indice che misura la volatilità implicita delle opzioni sull’S&P 500. Viene spesso definito “indice della paura”.

Volatilità implicita
Movimento futuro dei prezzi che il mercato incorpora nel prezzo delle opzioni.

Volatilità realizzata
Movimento effettivamente registrato da un titolo o da un indice in un determinato periodo.

Premio di volatilità
Differenza tra volatilità implicita e volatilità successivamente realizzata. Quando è negativo, significa che la protezione attraverso le opzioni è relativamente economica rispetto ai movimenti recenti del mercato.

Bull & Bear Indicator
Indicatore sviluppato da Bank of America che misura il livello di ottimismo o pessimismo degli investitori sui mercati.

Esposizione netta
Differenza tra posizioni rialziste e ribassiste detenute da un investitore o da un fondo.

Stretto di Hormuz
Passaggio marittimo strategico tra Golfo Persico e Golfo dell’Oman, fondamentale per il trasporto mondiale di petrolio e gas.

Funzione di reazione della banca centrale
Modo in cui una banca centrale modifica la propria politica monetaria in risposta a inflazione, crescita economica, occupazione e condizioni finanziarie.

Opzionalità
Possibilità di beneficiare di un determinato movimento di mercato attraverso strumenti come le opzioni, limitando o definendo in anticipo una parte del rischio.


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Due catalyst e un mercato disarmato: Fed, inflazione e rischio Medio Oriente

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Con le trimestrali alle spalle, i mercati tornano a concentrarsi su Fed, inflazione, petrolio e Medio Oriente. Perché settembre potrebbe essere decisivo.

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Federal Reserve – Volatilità – Mercati finanziari