La seduta di ieri ha mostrato con grande chiarezza una dinamica che nei mercati finanziari si presenta spesso nelle fasi di forte tensione: i prezzi smettono di reagire ai fatti e iniziano a reagire alle parole.
Da un lato ci sono i fondamentali reali, che restano estremamente complessi. Il conflitto in Medio Oriente è ancora in corso e il regime iraniano non sta mostrando segnali di apertura negoziale. Il nuovo leader designato è il figlio dell’ayatollah assassinato, una scelta interpretata come segnale di continuità politica più che di cambiamento.
Nel frattempo, il vero nodo della crisi rimane lo Stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta. Anche senza una chiusura ufficiale, lo stretto risulta di fatto quasi paralizzato. Secondo le stime di Goldman Sachs, i flussi petroliferi in transito sarebbero scesi fino al 90% rispetto alla norma, con un impatto potenziale di circa 18 milioni di barili al giorno, pari a quasi il 18% dell’offerta globale.
Le rotte alternative funzionano solo in minima parte. Non esistono soluzioni logistiche rapide e molti operatori marittimi stanno attendendo prima di rimettere in mare le navi. In questo contesto il petrolio si muove su livelli che il mercato associa sempre più a uno shock di offerta reale, non a una semplice fiammata speculativa.
Eppure, a guidare la seduta non sono stati questi fattori.
A cambiare il tono dei mercati sono state le parole.
Prima sono arrivate le indiscrezioni su un possibile rilascio coordinato di riserve strategiche di petrolio da parte dei paesi del G7, una misura che potrebbe attenuare la tensione temporaneamente ma che non risolve il problema logistico. Successivamente sono arrivate le dichiarazioni di Donald Trump, che ha definito la guerra “praticamente finita”, lasciando intendere una possibile soluzione nel breve periodo.
Il punto è che queste dichiarazioni non cambiano la struttura dello shock. Non riaprono lo stretto di Hormuz, non normalizzano le rotte marittime e non eliminano il rischio geopolitico. Tuttavia sono state sufficienti per cambiare completamente la dinamica della seduta.
In apertura di mercato la reazione era stata perfettamente coerente con i fatti: il petrolio era schizzato tra il 25% e il 30%, le borse erano scese, il dollaro si era rafforzato come bene rifugio e i rendimenti dei titoli di Stato americani erano saliti mentre molti investitori vendevano asset per ridurre la leva finanziaria.
Era la classica risposta da shock energetico: crescita a rischio, inflazione attesa in rialzo e tensione sulla liquidità.
Poi è arrivata la seconda fase, quella della narrativa. Le indiscrezioni sulle riserve strategiche hanno riportato un po’ di calma e le dichiarazioni politiche hanno fatto il resto. Il petrolio ha restituito gran parte del rialzo, le azioni hanno recuperato fino a tornare positive, il dollaro ha cancellato il movimento difensivo e anche gli asset più speculativi, come Bitcoin, hanno recuperato terreno.
A prima vista si potrebbe leggere questa dinamica come un segnale di resilienza dei mercati. In realtà la questione è più complessa.
Il recupero non è stato guidato da un miglioramento dei fondamentali, ma da una dinamica tecnica di mercato alimentata da ricoperture di posizione, trading su opzioni a brevissimo termine e dalla crescente presenza di investitori retail.
Inoltre, molti analisti segnalano che il mercato è entrato in una fase di gamma negativo. In questo regime i grandi intermediari, invece di stabilizzare i movimenti, rischiano di amplificarli. Devono infatti comprare quando il mercato sale e vendere quando scende, rendendo le oscillazioni più violente.
Il prezzo di chiusura della seduta conta quindi meno della fragilità della microstruttura di mercato che lo ha generato.
Nel frattempo, sotto la superficie, qualcosa di più importante sta cambiando: le aspettative sulla politica monetaria.
Prima dello scoppio della guerra il mercato prezzava pienamente un taglio dei tassi della Federal Reserve entro luglio. Oggi quella aspettativa è stata spostata a settembre e alcune opzioni sul mercato obbligazionario iniziano persino a considerare la possibilità che la Fed non tagli affatto i tassi nel corso dell’anno.
Il motivo è semplice: uno shock petrolifero tende ad alimentare l’inflazione. Se i prezzi dell’energia restano elevati, il margine di manovra delle banche centrali si riduce e la loro funzione di reazione diventa più rigida.
Questo apre la porta a uno scenario macroeconomico più complesso: inflazione più alta e crescita più debole, cioè la combinazione tipica della stagflazione.
Le probabilità di scenario stanno già cambiando. Alcune stime indicano circa il 35% di probabilità di un forte ribasso dei mercati nei prossimi mesi, contro appena il 5% di probabilità di un forte rialzo.
In questo contesto il vero bene rifugio resta il dollaro, che dall’inizio della crisi ha registrato un apprezzamento vicino al 2% sull’indice Bloomberg.
La domanda che gli investitori dovrebbero porsi è quindi molto semplice: è cambiato qualcosa nei fondamentali?
La guerra non è finita. L’Iran non ha mostrato aperture negoziali. Lo stretto di Hormuz resta di fatto bloccato. Le rotte alternative sono limitate e il mercato del petrolio continua a scontare un rischio di offerta.
Uno shock energetico di questa portata non scompare senza lasciare tracce. Si trasmette all’inflazione, alla crescita economica, ai margini delle imprese e alle scelte delle banche centrali. Influisce anche sulle valutazioni azionarie, soprattutto in un mercato caratterizzato da multipli elevati e forte concentrazione.
Il rimbalzo della seduta di ieri non ha cancellato questi rischi. Ha semplicemente mostrato quanto, in questa fase, i mercati siano diventati sensibili alla narrativa.
E quanto velocemente possano passare dal panico alla compiacenza, anche quando i fondamentali non sono cambiati.
Glossario
Shock di offerta
Evento che riduce improvvisamente la disponibilità di una materia prima, facendo salire i prezzi.
Stretto di Hormuz
Passaggio marittimo tra Iran e Oman da cui transita una parte rilevante del petrolio mondiale.
Riserve strategiche di petrolio
Scorte detenute dai governi per intervenire in caso di crisi energetiche.
Gamma negativo
Condizione tecnica del mercato delle opzioni in cui i dealer amplificano i movimenti dei prezzi.
Stagflazione
Situazione economica caratterizzata da inflazione elevata e crescita economica debole.
Bene rifugio
Asset considerato relativamente sicuro nelle fasi di forte incertezza.